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RITIRO SPIRITUALE 21 OTTOBRE 2017

Fà della tua vita il luogo dell'accogliente ascolto di Dio e dei fratelli nella forza dello Spirito Santo

06/11/2017

 
Voglio iniziare questo ritiro, il primo di quest’anno sociale, con un’invocazione che l’autore dell’Imitazione di Cristo rivolge a Cristo, Sapienza e Parola eterna del Padre:
 
“Darò ascolto a quello che stia per dire dentro di me il Signore” Salm. 84, 9).
 
“Parla o Signore, il tuo servo ti ascolta. Io sono il tuo servo, dammi la luce per apprendere quello che tu proclami. Disponi il mio cuore alle parole della tua bocca: il tuo dire discenda come rugiada”(Imitazione di Cristo, libro II, cap. 2)
 
Per capire in maniera giusta la nostra personalità umana, cristiana e presbiterale dobbiamo metterci in attento ascolto della Parola di Dio. Dobbiamo divenire il luogo dove Cristo, Parola eterna e incarnata del Padre, trovi la sua dimora, come ci esorta S. Paolo: “la Parola di Cristo abiti abbondantemente in voi”. Perché chiamati ad una missione di annunciare e testimoniare il Vangelo a quelli che sono dentro e a quelli che sono fuori, noi dipendiamo in tutto e per tutti da Colui in nome del quale parliamo e operiamo: Gesù Cristo. Ma noi non possiamo correre il rischio di intrattenere la nostra relazione di dipendenza solo con Cristo. Cristo, come tutta la volontà salvifica di Dio, si manifesta nella storia, nei fratelli e sorelle con cui facciamo un cammino di umanità e di fede. Per cui ci si chiede di dare ascolto anche ai fratelli.
 
E questo possiamo farlo solo nella forze dello Spirito Santo, perché solamente Lo Spirito di Dio ci può condurre nelle profondità, nell’abisso dell’amore del Padre in Cristo Gesù per noi.
Desidero dividere questa meditazione in tre punti:
 
1. La crisi cui vanno soggetti i presbiteri, o sacerdoti, nell’accettazione della Parola di Dio ascoltata.
2. La improrogabile e ontica necessità di farsi formare dalla Parola di Dio ascoltata
3. L’attento ascolto di quanto Dio attraverso la storia universale e quella feriale ci comunica. E tutto nella forza potente dello Spirito Santo.
 
Voglio iniziare con due citazioni bibliche prese dal Primo e dal Nuovo Testamento:
 
“Accetta quanto ti capita e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l’oro si prova con il fuoco, e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore” (Sir 2, 4-5).
“Perciò siete ricolmi di Gioia, anche se ora dovete essere , per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tutta via purificato con il fuoco – torni a vostra lode e gloria e onore quando Cristo si manifesterà” (1 Pt 1, 6-7).
 
Mai come oggi il clero si trova smarrito e giudicato male e messo sotto accusa per confusione dottrinale e per comportamento immorale. Non dimentichiamo che fu proprio la vita immorale del clero che fu la causa della riforma protestante di Martin Lutero.
Benedetto XVI nell’incontro con la Curia Romana del 20 dicembre 2010 per porgere gli auguri di Natale, si riferì alla visione mistica che ebbe Santa Ildegarda 1170, in cui le apparve una bellissima donna, vestita con ornamenti. Tuttavia il suo vestito era lacerato e macchiato. La voce della donna le parlò:
“Io ero nascosta nel cuore del Padre sino a che il Figlio dell’Uomo, che fu concepito e nacque nella verginità, versò il suo sangue. Con lo stesso sangue come sua dote, egli mi fece sua sposa. Le ferite del mio sposo restano fresche e aperte per tutto il tempo che i peccati degli uomini continuano ad aprirle.
E le ferite di Cristo rimangono aperte a causa del peccato dei preti. Essi strappano il mio vestito, dal momento che essi violano la Legge, il Vangelo e lo stesso loro presbiterato; essi anneriscono il mio mantello, con il trascurare in tutti i modi, i precetti che devono inculcare; le mie scarpe sono annerite, dal momento che i preti non camminano nei sentieri della giustizia, che sono duri e laceri, e non danno buon esepio a coloro che sono sotto di essi.
Una voca del cielo poi spiega a ldegarda il senso dell’apparizione.
“Questa immagine rappresenta la Chiesa. Per questa ragione, o voi che vedete tutto questo, e che ascoltate le parole di questo lamento, proclamatelo ai preti che sono destinati ad offrire guida e istruzione al Popolo di Dio e ai quale, come agli apostoli, fu detto: Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo tutte le creature”.
Questa fu una visione drammatica. Benedetto vide il parallelo di questa visione ai nostri giorni: Nella visione di Santa Ildegarda il volto della chiesa è macchiato di polvere. La maniera con cui ella vide ed espresse è quello che noi stiamo sperimentando. Noi dobbiamo accettare questa umiliazione come un’esortazione alla verità e al rinnovamento. Solo la verità ci salva. Noi dobbiamo chiederci che cosa c’è di sbagliato nella nostra predicazione, nella nostra maniera di vivere la vita cristiana… dobbiamo riscoprire una nuova risolutezza nella fede e nell’operare il bene. Dobbiamo fare ogni possibile sforzo nella formazione presbiterale…”
L’immagine del prete nel nostro tempo è macchiata se non peggio di prima. Non solo per comportamento immorale sessuale, ma anche per appropriazione indebita di risorse finanziarie, ecc…
Tutto questo non è per deprimerci, ma per un rinnovamento che deve essere prima di tutto daqi capi. Esso è un campanello per una formazione continua. E’ tempo di intensa prova. Noi oggi siamo provati con il fuoco. Siamo chiamati a rifare noi stessi, di modo che possiamo divenire pastori credibili del gregge che ci sarà affidato. E’ un’opportunità per noi per essere purificati, rifatti e divenire più forti. Come l’oro provato con il fuoco, il presbiterato può emergere più forte, più fedele, e completamente rinnovato per affrontare le sfide di questo mondo in trasformazione.
 
2. La improrogabile e ontica necessità di farsi formare dalla Parola di Dio ascoltata.
 
Ma per raggiungere questo risultato dobbiamo mettere in atto un percorso serio e continuo di formazione. Essa è’ una necessità e un obbligo per la nostra consistenza umana, cristiana, ed un dovere grave per noi cui sarà affidato una parte del Popolo di Dio.
Noi non parliamo di formazione professionale, la quale è buona, ma non prioritaria. La formazione di cui conviene parlare nella Chiesa è quella che tenta di formare Cristo in noi, per assumere la sua forma, la sua vita. C’è stata nei tempi passati una rilevanza e un’importanza quasi esclusiva sulla cosiddetta formazione spirituale, trascurando quasi completamente il lato umano. Per cui la Chiesa nei suoi documenti ha insistito che la formazione debba essere integrale.
Ma come spesso capita si è andato all’eccesso opposto. Si tenta di mettere la formazione sotto l’egida delle relazioni interpersonali, con il supporto della psicologia che in certi casi diviene padrona. Inoltre si spendono energie e risorse per offrire una formazione professionale specializzata. Ma cosa capita? Si trascura o non si mette in chiara luce l’essenziale: la centralità della Parola di Dio, la Configurazione a Cristo, il pastore delle nostre anime.
Ma trascurando l’ascolto continuo della Parola di Dio, noi non percepiamo nemmeno quello che Dio ci dice attraverso la storia e la comunità. Viviamo la nostra fede e il nostro presbiterato come progetto individuale, e forse perde anche il carisma dato dall’unzione dello Spirito, per divenire in mestiere.
Ma così non si può procedere, perché andiamo certamente alla deriva. Il meglio che potremmo fare è essere buoni amministratori non della grazia e salvezza, ma delle finanze.
Bisogna allora decidersi: scegliere e perseguire ciò che siamo chiamati ad essere. Ecco allora il motto e obiettivo di questo anno: “Fà della tua vita il luogo dell’accogliente ascolto di Dio e dei fratelli nella forza dello Spirito Santo”.
 
a. Accogliente ascolto della Parola di Dio.
 
Dobbiamo essere uditori della Parola. Non è facile in questo tempo in cui siamo bombardati da tanti voci, che gridano forte. Dio parla nel silenzio della voce dell’uomo. Non si rivela nel frastuono, nella tempesta, ma nella dolce brezza della sera. Non si percepisce questa voce in colui che non si ferma, si ritira nel silenzio della sua cella e del suo cuore, per avvertire quelli che io chiamo i palpiti del cuore di Cristo. Il problema che abbiamo con noi stessi in questa cultura dell’azione del successo della carriera è che non riusciamo a stare con noi stessi. E questa non è la tentazione, ma il grave ostacolo alla autenticità e onestà con se stessi. Deve essere essenzialmente un cammino di interiorità attraverso la preghiera personale, il contatto quotidiano con la Parola di Dio, con una lettura credente della propria vita.
Quindi si richiedono spazi di silenzio, di salire sulla montagna del silenzio creativo per mettersi in contatto con il Dio Vivente. L’esempio ci viene da Cristo, che come uomo, avvertiva la necessità di trovare luogo e spazi e tempi per alzare le mani al cielo. Matteo riporta un’occasione, richiamando la costante biblica della montagna come luogo della rivelazione e in cui uno era attratto ad essere più vicino a Dio. Dopo aver licenziato le folle, egli salì solo sulla montagna per pregare (Mt 14, 23). Solitudine, preghiera, silenzio, lasciando le attività frenetiche…tutto questo ci mette in grado dell’ascolto della Parola di Dio. E S. Luca dice che questa era una pratica normale da parte di Gesù.
 
“La Parola di Cristo deve abitare tra voi nella sua ricchezza” raccomanda S. Paolo alla comunità di Colossi.
Dobbiamo fare in modo che non sia più la nostra parola o la parola del mondo che ci formi e ci domini, ma l’invasione della Parola di Dio.
Come presbiteri, noi non conosciamo la sordità, come quelli che hanno orecchie e non odono, perché con cuore libero noi dobbiamo stare attenti e in ascolto dello Shema del Signore.
 
Noi non conosciamo la cecità, come quelli che hanno occhi e non vedono, percè siamo illuminati dalla luce che proviene dal volto raggiante del Signore.
Noi non siamo muti per paura di comprometterci per Lui, ma con animo lieto annunciamo il Vangelo della speranza, che non delude e non cammina da sola, perché è sempre accompagnata dalla fede che opera nella Carità.
Si tratta, come dice la nuova Ratio Fundamentalis, di “accogliere il dono della grazia divina, che rende capaci di superare se stessi, di andare oltre i bisogni e i condizionamenti esterni, per vivere nella libertà dei figli di Fio. E’ un vedere dentro, perché intus docet magister.
Primo proposito: troverò durante la giornata degli spazi e momenti, anche se piccoli, di silenzio e di contemplazione.
 
b. L’attento ascolto di quanto Dio attraverso la storia universale e quella feriale ci comunica
 
La lettera di Paolo ai Colossesi ci indica di quale accoglienza dobbiamo fare ai nostri fratelli. Riporto quei versetti che ci dicono quale atteggiamento è consono ai cristiani: “Santi e amati da Dio, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità…Rivestitevi della carità che le unisce in modo perfetto (Col 3, 12-14).
 
Perché possiamo essere luogo di accoglienza è necessario che prima di tutto che siamo in pace con noi stessi, e che abbiamo la giusta dimensione di noi stessi. Se siamo pieni del nostro Io, se esaltiamo noi stessi, la nostra intelligenza, il nostro savoir faire, se il nostro cuore è pieno di noi stessi, non ha spazio per nessun altro. Ecco perché Cristo si è svuotato della sua divinità, perché il suo cuore potesse avere lo spazio per tutto il genere umano.
 
Nessuno osi dire che egli, la sua cultura, la sua modalità di vita cristiana siano migliori delle altre e che è l’unica valida. Solo se ci svuotiamo di noi stessi possiamo essere luoghi e persone di accoglienza. E questo rende il nostro sguardo più puro, il nostro cuore più sensibile a percepire quanto Dio scrive nella storia degli altri, della comunità, e dell’umanità. Perché il Signore continua a rivelarsi attraverso e nella storia. Quello che capita nel mio paese, nella mia comunità nazionale, nel mondo mi deve toccare. Essere attenti osservatori di quello che avviene per intravvedere il Dio che passa e agisce nell’umanità. Come Giovanni che è attento osservatore di quello che accade e accadrà, perché lì poi si dipana la storia della salvezza.
 
Dobbiamo per questo imparare ad essere non solo cristiani e sacerdoti per gli altri, ma con gli altri. Dobbiamo cambiare lo stesso paradigma della nostra spiritualità evangelizzatrice.
 
Il Presbitero è innanzitutto chiamato a quella serenità di fondo, umana e spirituale, che, superata ogni forma di protagonismo, gli consente di essere l’uomo della comunione, della missione e del dialogo. Deve sviluppare lo stile evangelico dell’ascolto, che lo libera dal protagonismo, dall’eccessiva sicurezza di sé e di quella freddezza, che lo renderebbe un ragioniere dello Spirito invece che un Buon Samaritano.
 
La icona che è stata posta come simbolo e contenuto di quest’anno ci riassume in maniera plastica e convincente quanto intendiamo perseguire quest’anno nel cammino formativo che questa comunità di pone. Lo sguardo intenso di Cristo all’uomo derubato e ferito, che viene portato da Cristo verso la salvezza.

 

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