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CONFERENZA DEL P. RETTORE - Inizio dell' Anno Accademico

TEMA: Fraternità Presbiterale – una sfida

06/11/2017



La nostra Conferenza all’inizio del nuovo anno accademico del Collegio, si svolge nello spirito della Giornata Missionaria Mondiale 2017, dove il Santo Padre Francesco ci invita, a riflettere, sulla “Missione al cuore della fede Cristiana”. Infatti, ogni battezzato è chiamato a rendere testimonianza al Signore Gesù annunciando la fede ricevuta in dono, questo vale in modo particolare per noi consacrati, perché tra la vita presbiterale e la missione sussiste un forte legame. La sequela di Gesù, che ha determinato il sorgere della vita presbiterale nella Chiesa, risponde alla chiamata a prendere la croce e andare dietro a Lui, ad imitare la sua dedizione al Padre e i suoi gesti di servizio e di amore, a perdere la vita per ritrovarla. E poiché tutta l’esistenza di Cristo ha un carattere missionario, noi che lo seguiamo più da vicino assumiamo pienamente questo medesimo carattere, diventando sacerdoti-missionari come il Padre ci vuole.

Introduzione

Siamo consapevoli che tutti noi proveniamo dalle così chiamate giovani chiese di Propaganda Fide e siamo qui a Roma, per vivere un tempo privilegiato di formazione permanente. Sono convinto, che il trovarvi nel Collegio San Paolo probabilmente non è stata una scelta personale, ma sicuramente, riflettendo su ciò con un sguardo di fede, arriveremo alla conclusione, che tutto è grazia e dono di Dio. A questo punto, vorrei ricordare le parole del Cardinale Beniamino Stella, dette durante il suo intervento nel refettorio, il quale diceva che; “ognuno di voi siete una perla preziosa per i vostri cari, i vostri cristiani, le vostre diocesi di provenienza, loro pensano a voi… approfittate bene della vostra permanenza qui a Roma”. Anche Io vorrei dirvi, cari fratelli, che iniziando questo quarto anno nel Collegio San Paolo, ho trovato tanti di voi sacerdoti, convinti della propria scelta di vita. Ci sono sacerdoti che pregano, partecipano della vita della comunità, e fanno vedere e sentire il proprio senso di appartenenza alla nostra comunità sacerdotale, sacerdoti impegnati con il loro studio, che si preoccupano non solo per il benessere di sé stessi, ma cercano anche di aprirsi verso l’altro con un atteggiamento di veri fratelli … Veramente vi ringrazio di cuore e vi chiedo di continuare così, su questa strada che credo sia la più giusta, per continuare a migliorare la vita fraterna sacerdotale della quale tutti noi siamo responsabili.

Sicuramente l’esperienza vissuta dai sacerdoti anziani e dai nuovi sacerdoti, arrivati a giugno scorso, viene affrontata in diversi modi: alcuni la assumono come una possibilità di apertura per scoprire il nuovo e le differenze che esistono tra le diverse culture, adattandosi alla complessa realtà nella quale si trovano. Altri invece, la affrontano chiudendosi in se stessi, con tutte le implicazioni negative o positive che può offrire la stessa chiusura: alcool, sesso, depressione, malattie psicologiche, etnocentrismo, nazionalismo…Un terzo gruppo la può assumere come quelli che stanno nel Collegio, un po’ isolati… e non vogliono partecipare o essere coinvolti in alcuna attività…
Penso che vivere il processo d’immersione in questa nuova realtà, attraverso questi atteggiamenti sia abbastanza normale per una comunità così numerosa come la nostra, ma vorrei invitarvi a vivere la vostra esperienza nella nostra comunità sacerdotale, come una bella opportunità per continuare a crescere nel nostro essere come persone e come presbiteri mediante il dono non solo della Internazionalità, che fa parte dell’identità del nostro Collegio, ma soprattutto prendere coscienza e fare un passo più avanti, per vivere il nostro essere presbiteri in una comunitàInterculturale.

Siamo invitati a concepire questa Interculturalità come un dono dello Spirito che ci porta ad aprire il nostro cuore verso l’altro, con il quale condivido la mia storia, il mio ministero sacerdotale come regalo di Dio che mi arricchisce e arricchisco mediante una condivisione di rispetto, libertà e fraternità. Nelle parole dell’Apostolo Paolo possiamo dire che: “Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero per Cristo... Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro”. (Cfr. 1Cor. 9. 19-23)
Vorrei condividere a questo punto, parte di una lettera che ho ricevuto, di un ex sacerdote studente del nostro Collegio, al momento di inserirsi di nuovo, nel presbiterio della sua arcidiocesi di appartenenza. In una delle tante comunicazioni via email, Io gli ho domandato: Lei crede nell’amicizia tra i sacerdoti della sua arcidiocesi? La sua risposta è stata questa:

“Padre rettore, stando lontano per tre anni della mia arcidiocesi, ho potuto osservare come si comportano i miei confratelli sacerdoti quando si incontrano per un convegno, una giornata di studio, per le riunioni del clero, etc. Terminata la lezione, la meditazione o la celebrazione liturgica, tutti scappano incalzati dalla fretta, tutti hanno qualcosa a cui pensare o da fare più importante o dilettevole che stare insieme, tradendo così una triste penosa indifferenza verso gli altri. Non c’è malanimo, c’è di peggio: indifferenza, assenza di sentimenti. La presenza dei confratelli non risveglia nulla nel cuore, ognuno è semplicemente superfluo. A volte osservando questi comportamenti di fuga, mi viene un sospetto orribile: il prete non sa amare, non ha voglia di amare. Eppure conosce la voce e i richiami del cuore, l’isolamento, il bisogno del calore umano, ma non gli interessa l’amicizia, forse neppure la cordialità, quel sentimento spontaneo, sincero che fa scivolare il cuore nel palmo della mano e cambia, nell’individuo, il suo modo di guardare, ascoltare, parlare e induce alla confidenza. Mi è capitato di ascoltare colti e brillanti conferenzieri, carismatici maestri di preghiera, ma ho dovuto constatare, molte volte, che neppure loro si sottraggono alla regola, non sono capaci di amicizia, spesso non sanno neppure salutare: il loro cuore umano è arido.”
Come comunità sacerdotale missionaria internazionale, siamo chiamati a vigilare e lavorare seriamente, per superare un certo individualismo esagerato, sfiducia, indifferenza e una certa scontentezza… presente nella chiesa…, ma anche così diffusa tra noi sacerdoti. Ecco alcuni segni di fraternità sacerdotale che dobbiamo far rinascere nella nostra comunità sacerdotale durante questo nuovo anno accademico:

1. Il segno dell’umanità del prete: impegniamoci a fare di ogni incontro fra noi, un vero incontro interpersonale, cosicché l’altro si senta riconosciuto, stimato e amato. A questo punto vorrei ricordare le parole di San Giovani Paolo II, all’inizio del nuovo millennio, che ha chiamato tutti i cristiani a spalancare le porte del loro cuore a Cristo. Anche noi, dobbiamo spalancare non solo la porta del nostro cuore…, ma anche la porta della nostra mente, del nostro tempo personale all’altro, in questo modo faremo della nostra vita, un luogo di vera accoglienza e ascolto a Dio e ai fratelli, come afferma il nostro obiettivo spirituale di questo anno. Nessun incontro fra due e più sacerdoti dovrebbe avvenire senza che in qualche misura, questa dimensione interpersonale si esprima. Essa è il primo segno della nostra umanità e del fatto che non ci annulliamo nella funzionalità, ma ci riconosciamo e ci arricchiamo nella diversità.


2. Il segno di una Comunità sacerdotale multiculturale: Se dovessimo scegliere una frase biblica per esprime questo segno, prenderei il passaggio di Isaia che dice: “Allarga lo spazio della tua tenda, distendi i teli delle tue dimore senza risparmio! Allunga le tue corde…”(Is 54,2).Vivere con sacerdoti di diverse culture è un costante invito ad andare oltre, a scoprire, ad allargare lo spazio del
proprio mondo culturale, ad accogliere nuovi modelli, ad ammorbidire o a rompere i propri schemi. É un orizzonte che si allarga, uno spazio per scoprire sempre qualche cosa di nuovo. Attraverso la vostra esperienza personale vi siete certamente già resi conto che una comunità multiculturale offre numerose occasioni per aprirsi ad un mondo nuovo. La sfida rimane per ognuno di voi di allargare la vostra tenda per accogliere l’altro o restringere la vostra tenda rimanendo soli e impoverendo la vostra umanità e il ministero: aspetti essenziali della vostra vita presbiterale.


3. Il segno della corresponsabilità del ministero: Un altro segno di fraternità sta nel dialogo e nella comunicazione personale che costruisce il rapporto tra i sacerdoti intorno alla responsabilità che portano avanti (lo studio), nel luogo dove si trovano, in questo caso il Collegio San Paolo. La tentazione alla quale siamo tutti esposti è di rimanere isolati, con i nostri problemi, le difficoltà, le frustrazioni, per il timore di non comunicare bene nella lingua che si sta imparando o perché non ci interessa il rapporto con gli altri. Questi problemi si potranno superare solo quando nei nostri incontri saremo pronti ad ascoltare gli altri, a lasciarci stimolare, a lasciarci aiutare, ad imparare a “perdere il nostro prezioso tempo” con l’altro… evitando sia lo spirito di contraddizione, di rivalità, di gelosia, di chiacchiere distruttive e anche la ricerca di un certo protagonismo e autoritarismo personale, che può far intravedere una certa discriminazione ed esclusione dell’altro, nella vita della comunità.

A modo di conclusione
Come sacerdoti studenti del Collegio San Paolo, alla luce dell’incontro con il Signore e la sua Parola, dobbiamo acquisire quella libertà interiore che ci permette di distinguere in una cultura ciò che è autentico da ciò che invece è una sua semplice espressione esteriore. Se in ogni cultura si nasconde la presenza di Dio Creatore, Lui, che è relazione nell’amore, porterà ogni cultura all’apertura reciproca e alla condivisione delle specifiche ricchezze. L’incontro, quindi, tra persone di culture diverse deve attivare un dinamismo di vita, di comunicazione e di comunione, nel segno del dare e del ricevere, che arricchisce e fa crescere. Rimanere attaccati alla propria espressione culturale in un modo rigido, entrando in competizione con l’altro, porta alla sclerosi culturale che blocca la crescita e fa morire la fraternità sacerdotale. Il cammino di comunione interculturale esige un processo di formazione permanente che fa superare i conflitti e valorizza le differenze. Si tratta di giungere ad una progressiva e feconda apertura alla diversità, che troverà poi convergenza e unità nel senso di appartenenza alla nostra fraternità sacerdotale e nella chiamata alla stessa vocazione e missione nella Chiesa.

Dopo la riflessione sulla Fraternità Presbiterale: una sfida, il Rettore ha fatto alcune precisazioni riguardo al regolamento del Pontificio Collegio, invitando a tutti i membri della comunità presbiterale, a leggerlo e metterlo in pratica, per continuare a costruire una vera comunità, facendo della nostra vita un vero luogo di accoglienza e ascolto di Dio e dei fratelli, come ci indica il nostro obbiettivo spirituale, per questo nuovo anno di formazione permanente.

In fine, il Rettore ha assicurato ai sacerdoti-studenti, che lui per primo quale responsabile del Pontificio Collegio e tutti gli altri moderatori continueranno ad aiutarli, nel periodo di permanenza a Roma e si impegneranno a fare il possibile per avere nel Collegio un clima fraterno, disteso, accogliente e gioioso, in cui tutti possano crescere integralmente, approfittando dei tanti mezzi che il Collegio mette a disposizione. Però, dovrete anche voi agire come adulti, con responsabilità personale e comunitaria, in ogni luogo in cui vi troverete.


 

 

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