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Verbum Domini

San Giuseppe Lavoratore

01/05/2009

Mt 13,54-58
In quel tempo, Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: “Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?  Da dove gli vengono dunque tutte queste cose?”. E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua”.  E non fece molti miracoli a causa della loro incredulità.
  
Come vivere questa Parola?
Oggi la liturgia socchiude delicatamente l'uscio di una singolare bottega artigiana per introdurci nella contemplazione dell'icona di san Giuseppe lavoratore. Essa annuncia il mistero di un Dio apprendista che vive trent'anni di feriale umanità accanto al padre putativo, suo maestro nell'arte del falegname. Nella sobrietà di questo ambiente semplice, oggi diremmo alternativo, il Figlio di Dio, come nelle acque del Giordano, s'immerge nella fatica del lavoro restaurando in tal modo un valore sfigurato dal peccato originale. Tale è l'ordinarietà operosa di questa piccola azienda a conduzione familiare che la gente si stupisce del figlio del carpentiere divenuto ad un tratto maestro e taumaturgo: «Da donde gli vengono tutte queste cose?», ci si chiede in giro. Contemplando quest'icona riconosciamo il lavoro come vocazione e ne cogliamo la dignità ritenendolo al contempo «affermazione di libertà e di trascendenza rispetto alla natura». Il fascino di un Dio che lavora e suda come noi edificando il regno di Dio attraverso una laboriosità ritmata nell'alternarsi armonioso di preghiera, relazioni comunitarie e lavoro c'interpella. Direi che scardina il nostro disordine strutturale che, oggi più che mai, tende a ridurci a "forza lavoro" corrompendo il nostro desiderio d'infinito con i traguardi ambiziosi dell'avere, dell'avere subito, sempre di più e a tutti i costi.
Nel mio rientro al cuore oggi contemplerò Giuseppe, il maestro artigiano, considerando l'unità di chi, come scrive una contemplativa dei nostri giorni, "si concede alla pienezza del momento presente in cui compie la propria attività sotto lo sguardo Dio". E al Figlio apprendista ricorderò il disagio di chi non ha lavoro ed ha famiglia.

Le nostre mani prolunghino la Tua opera, Signore, e siano docili alla Tua provvidenza. Il lavoro non ci schiavizzi ma ci liberi, ci stanchi ma non ci sfianchi e c'impegni senza assorbirci perché il nostro cuore non si distolga mai da Te e dal respirare Te in ogni cosa.

La voce di un grande maestro spirituale dei primi secoli
Non si deve dire: «Ma io prego» per giustificare la propria pigrizia, il proprio orrore alla fatica. Coloro che evitano il lavoro adducendo questo pretesto ricordino bene ciò che dice l'Ecclesiaste: "Ogni cosa va fatta a suo tempo".
Basilio il Grande
Monastero Sacrocuore
 

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